Massimo Bizzarro

Massimo Bizzarro

Massimo Bizzarro

1.Di cosa non puoi più fare a meno da quando frequenti Comedy Studio?
-Pensare ininterrottamente ai pezzi, alle battute, al perchè il pezzo precedente non ha funzionato, a capire perchè, qualche volta ha funzionato, alla struttura di quelli degli altri che hanno funzionato, al perchè la ripetizione di pezzi di altri che avevano sempre funziontao, in una certa occasione, hanno fatto inaspettatamente flop; un’ossessione.
2.Qual è la cosa che fai appena torni a casa dopo la lezione?
-Mi rilasso una buona ora cazzaggiando su facebook o su youtube, prima di stramazzare a letto; anche se non si fa palco, ma solo scrittura o simili, torno sempre con una certa “adrenalina”, che faccio fatica a smaltire.
3.Come è cambiato il tuo punto di vista sulla comicità da quando frequenti la nostra scuola?
-Quando sono giunto al TAC, volevo fare il cabarettaro di merda;
oggi, dopo aver visto molte cose che senza il TAC non avrei conosciuto, e che sono contento d’aver conosciuto, non che, dopo aver fatto con gran gioia delle micro esperienze che senza il TAC non avrei mai fatto, vorrei fare il cabarettaro di merda, ma con molta più consapevolezza.
4.Qual è il comico che hai scoperto grazie a Comedy Studio? (…e sei frustrato perché non sarai mai come lui!)
Un nome: Doug Stanhope (grazie a Franco Bocchio); è bravissimo;
non sono frustrato per non esser come lui, perchè non vorrei mai esser come lui.
Frustrato è eccessivo, ma sono fortemente rammaricato perchè, non solo non potrò mai essere come Crozza, Benigni, Guzzanti, Paolo Hendel, ma nemmeno come i meno bravi di Zelig o Colorado; intorno a me, è pieno di comici sconosciuti, il cui livello, probabilmente, non raggiungerò mai.
Per uno che vorrebbe diventare un cabarettaro di merda, non è motivo di gran vanto.
5. Qual è la battuta più bella che hai scritto da quando frequenti Comedy Studio?
Forse:
27 Gennaio 1945: i sovietici aprono i campi di Auschwitz:
“Che orrore: questi non li sanno fare i gulag!”
anche se temo che possa essere erroneamente vista come una battuta che irride l’olocausto.

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